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L’aspirina può combattere le malattie neurodegenerative? - CameraVip

L’aspirina può combattere le malattie neurodegenerative?

L’aspirina potrebbe essere la chiave per combattere le malattie neurodegenerative? Se lo chiedono i ricercatori del Boyce Thompson Institute e della John Hopkins University che, nello studio intitolato “Human GAPDH Is a Target of Aspirin’s Primary Metabolite Salicylic Acid and Its Derivatives” e pubblicato su PLOS ONE, mostrano come una componente dell’aspirina sia in grado di legarsi ad un enzima chiamato GAPDH che si pensa giochi un ruolo fondamentale nelle malattie neurodegenerative, tra le quali l’Alzheimer, il Parkinson e l’Huntington.

Secondo gli scienziati, l’acido salicilico, da cui si parte per ottenere il principio attivo dell’Aspirina, legherebbe appunto con il GAPDH (gliceraldeide-3-fosfato deidrogenasi) impedendogli di entrare nei nuclei delle cellule che potrebbe portare alla morte.

L’acido salicilico è un ormone che regola il sistema immunitario delle piante e che, nell’essere umano, lega con il GAPDH, un enzima che si occupa del metabolismo del glucosio, ma che, come dicevamo prima, può “uccidere” le cellule quando si modifica a causa di un eccessivo stress ossidativo.

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I ricercatori fanno sapere di aver scoperto che un derivato naturale dell’acido salicilico estratto della liquirizia, considerata in Cina un’erba medicale, e un suo derivato sintetico riescono a legarsi al GAPDH meglio ancora di quanto riesca l’aspirina stessa.

Una volta comprese le capacità dell’acido salicilico, e dei suoi derivati sintetici e naturali, di controllare l’azione del GAPDH e di evitare che questo riesca ad uccidere le cellule, i ricercatori dovranno capire come sfruttarle così da poter intervenire sulle malattie neurodegenerative, caratterizzate proprio da morte cellulare.

Qualche tempo fa vi avevamo parlato di altre proprietà curative dell’aspirina. Secondo uno studio, infatti, questo farmaco potrebbe essere utile nella prevenzione del tumore al colon-retto in particolare per i pazienti tra i 50 e i 69 anni a rischio di disturbi cardiovascolare.

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