La storia di Lidia, la ragazza scout stuprata e uccisa dall’ex compagno di scuola - CameraVip

La storia di Lidia, la ragazza scout stuprata e uccisa dall’ex compagno di scuola

È il 7 gennaio 1987. Lidia ha 21 anni, è al secondo anno di Giurisprudenza all’Università e fa la spola tra Varese e Milano per frequentare i corsi. È molto religiosa, è attivissima nel suo gruppo scout, frequenta gli incontri del gruppo di Comunione e Liberazione, fa volontariato, è una ragazza matura e quadrata. Quella gelida sera di gennaio Lidia si mette in auto per andare a trovare Paola, un’amica ricoverata all’ospedale di Cittiglio per un brutto incidente d’auto. I genitori le hanno lasciato l’auto e 10mila lire per la benzina. Alle 20 la ragazza saluta l’amica in gran fretta perché teme di fare tardi per la cena, ma nel parcheggio dell’ospedale alla periferia della cittadina succede qualcosa: Lidia si muove con la sua auto in direzione opposta a quella che avrebbe dovuto prendere per tornare a Varese. Intanto a casa Macchi i genitori la aspettano fino alle 9, poi, allarmati, iniziano a chiamare gli ospedali della zona, ma di Lidia non c’è traccia.

L’omicidio
L’indomani, davanti alla porta della loro casa ci sono circa 100 ragazzi scout equipaggiati per perlustrare i boschi e muniti di cartine geografiche e torce. Sono gli amici di Lidia e sono pronti a battere il territorio finché non l’avranno trovata. Sono proprio i tre degli amici più intimi della 21enne a trovare qualcosa: in un bosco ghiacciato distante pochi chilometri da Cittiglio appare dal nulla la Panda di Lidia. L’amica della ragazza si muove per correre verso l’auto ma i due ragazzi la trattengono: tra le foglie, a faccia in giù con i pugni serrati contro il petto, c’è la studentessa di Varese. È stata uccisa. I dettagli che emergeranno dall’autopsia sono agghiaccianti: Lidia è stata uccisa con 29 coltellate sferrate con un pugnale di piccole dimensioni, ma non è tutto. Quella notte la studentessa 21enne ha avuto il suo primo rapporto sessuale e, a giudicare dal carattere della ragazza e dal valore che attribuiva alla sua verginità, potrebbe non essere stato consenziente.

lidia

Loading...

La lettera anonima

Al suo funerale, il 10 gennaio, ci sono 5mila persone, tutti gli amici e le persone che la giovane studentessa aveva conosciuto. Alla famiglia Macchi arrivano centinaia di messaggi di affetto e vicinanza, ma tra le tante missive, una in particolare colpisce l’attenzione della signora Macchi, si intitola: “In morte di un’amica” ed è anonima. È proprio questo dettaglio a colpire l’attenzione dei genitori della ragazza: perché un amico, come si definisce nell’intestazione, non dovrebbe firmarsi? Anche il contenuto della lettera è singolare: “Perché io, Perché tu, perché in questa notte di gelo, che le stelle sono così belle, il corpo offeso, velo di tempio strappato, giace…. e tu agnello sacrificale, che nulla strepiti, non un lamento”.  Dall’analisi del testo emerge che chi l’ha scritto la lettera è al corrente dei particolari dell’omicidio. “Strazio della carne” si riferisce alle 29 coltellate, la “notte di gelo”, è la notte del 7 gennaio in cui la colonnina di mercurio segnava meno 3 gradi. Il “velo di tempo strappato” si riferisce alla verginità della ragazza persa quella notte e il riferimento all’agnello dà la dimensione del sacrificio del gesto brutale.

La pista del prete
Tuttavia non è la pista della lettera quella che viene battuta dai giudici, ma quella segnalata da altre lettere anonime ricevute dalle autorità e indicanti il colpevole nel sacerdote che guidava il gruppo scout di cui faceva parte Lidia. I sospetti si concentrano su don Antonio. Intanto in Inghilterra si sperimenta un nuovo tipo di esame in grado di risalire, attraverso l’esame del sangue, all’identità biologica di una persona. Dalla trasmissione “Giallo”, in onda quegli anni, il conduttore Enzo Tortora invita provocatoriamente i cittadini di Varese a sottoporsi al test. La provocazione viene raccolta, ma solo tre persone sono vengono selezionate dagli inquirenti, tra cui il sacerdote, che grazie all’esame viene definitivamente scagionato. Le indagini sono a zero e per anni non si parlerà del caso di Lidia.

Chi è Stefano Binda
Nel 2015 il sostituto procuratore Carmen Manfredda avoca a sé il fascicolo tenuto fermo dalla Procura di Varese per per 27 anni. È lei a mettere insieme tutti gli elementi anche grazie a una nuova testimonianza. Quando la lettera anonima viene mostrata in televisione, una donna ne riconosce la calligrafia, confrontandola con 4 cartoline che aveva conservato per 30 anni e che le aveva inviato un suo coetaneo, un amico che aveva in comune con Lidia. Si tratta di Stefano Binda, all’epoca dei fatti studente e membro di Comunione e Liberazione. Eroinomane, dal 1993 al 1995 era finito in una comunità per disintossicarsi. Stefano Binda diventa un potenziale sospettato. Casa sua viene perquisita e gli inquirenti trovano alcuni manoscritti dai quali emerge che la lettera anonima inviata ai Macchi era stata scritta proprio dalla mano di Binda. Si tratta della stessa lettera che viene attribuita all’assassino. La stessa sorella del Binda, intercettata al telefono con un amico, dice di aver riconosciuto la calligrafia di Stefano nelle immagini del testo mostrate alla tv. L’alibi dell’ex studente, infine, viene verificato. Binda aveva dichiarato di trovarsi lontano da Varese in vacanza. Vengono sentite almeno 50 persone che parteciparono a quella festa dei GS, la gioventù studentesca, dal 1 al 6 gennaio, a cui aveva dichiarato di aver partecipato. Nessuno si ricordava di Stefano Binda, nessuno lo aveva visto.

Il movente
Quale sarebbe il movente del delitto? Perché Binda avrebbe ucciso – presumibilmente in un luogo diverso da quello del ritrovamento – la giovane studentessa di Varese. Secondo l’accusa Binda avrebbe agito “con l’aggravante dei futili e abietti motivi, nell’intento di distruggere la donna considerata quale causa del rapporto sessuale vissuto come tradimento del suo ossessivo e delirante credo religioso”. Insomma, Binda avrebbe ucciso per punire Lidia di averlo “indotto” a trasgredire ai suoi principi morali.

L’epilogo
Il processo per l’omicidio di Lidia Macchi ha visto il suo inizio a quasi 30 anni dal delitto. A carico di Binda ci sono diversi indizi: un alibi non verificato, la verifica calligrafica e alcune testimonianze. Un solo elemento probante manca al quadro accusatorio: il confronto del Dna dell’imputato con quello dell’assassino, verifica che non è più possibile effettuare perché tutti i vetrini contenenti la traccia biologica di chi uccise Lidia sono stati distrutti. La ragione? Non c’era più spazio nell’ufficio corpi di reato.

Potrebbero interessarti anche...